Majo Ramìrez

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Mexico | 2012

Majo Ramírez was born in Mexico in 1982. She is a young writer and an illustrator of several publications. In 2011 she won the Aura Estrada Prize, awarded biannually to a female writer, 35 or under, living in Mexico or the United States, who writes creative prose (fiction or nonfiction) in Spanish. She has been published by Granta and Tierra Adentro, and she is now working on a collection of short stories as a fellow of the program Jóvenes Creadores of FONCA.


Report 2012

Ho attraversato un bosco di notte per arrivare a Santa Maddalena.
Alla porta, Javier: bello e amabile. È il cavaliere che custodisce la regina.
La luce gialla della camera di Beatrice. Ho messo una scatola di Olinalà nelle sue mani:
“Ci conserverò un segreto” ha detto la Baronessa.
La mia stanza è piccola. Un tappeto ai piedi del letto con una bestia nera: un guardiano.
I pranzi e le cene acquisiscono un ritmo. Tutto si trasforma.
Due settimane dopo ho una nuova famiglia.
Li sento parlare. Beatrice dà il tempo, dalla sua bocca escono grandi nomi. La sua casa potrebbe essere un museo, ma dà l’impressione di essere aperta e abitata per chiunque si trovi lì. Edgardo ci fa ridere, è meraviglioso, conosce le storie migliori. Quando ci vediamo la mattina, mi piace fargli un caffè e flirtare con la gioventù che si intravede nei suoi occhi.
Teju e Javier discutono di pittura, con Teju  parliamo di Salma Hayek. Un giorno abbiamo preso il treno nella direzione sbagliata.
Paride ha gli occhi di una Musa, si sdraia sul divano e diventa La maja desnuda. Carlotta è commovente, anche se geme con disperazione. Quando tutti vanno via, mi occupo di miss Rosine, è la bambina di Beatrice. La lascio addormentarsi sulle mie gambe.
Arezzo. Mi affascina scoprire in Javier i gesti di un bambino incantevole.
In famiglia andiamo a passeggiare. Le nostre solitudini viaggiano insieme.
Cantiamo all’unisono, Caetano Veloso: “ …juran que esa paloma no es otra cosa màs que su alma…”
Sono incinta e tutti si prendono cura di me. Sono una bambina che aspetta un bebè. La strada di pietra innervosisce qualcuno. La mia amica Anna mi raccomanda un ginecologo. Nella sala di attesa, Teju e Javier. Ridiamo immaginando come ci vedano da fuori. Tutto va bene, e per essere stati dei cavalieri, e avermi accompagnato dal dottore, compro loro un gelato prima di tornare a Santa Maddalena.
Io, Nilmini, Nadia facciamo piccole chiacchierate in cucina. Io non parlo italiano, e loro non parlano spagnolo, ma ci capiamo o fingiamo di capirsi per pura solidarietà femminile.
Ognuno lavora per conto suo. Il mio studio è lo studio di Grisha. Dalla sua cornice mi guarda splendente come un vero seduttore del cinema. Spio con tenerezza lo studio dell’uomo amato da Beatrice. C’è un po’ di quell’amore in tutte le cose, nelle foglie che s’illuminano accanto alla sua tomba. Entro piano piano nella luce come chi visita un santuario della memoria.
Scrivo un racconto sul massacro di Siria del 1982. Mi terrorizza, voglio finirlo presto.
Se qui non esistesse, l’ansia mi divorerebbe i sogni, ma c’è qualcosa nelle notti che mi tranquillizza. Immagino che dietro l’oscurità la foresta si prende cura di noi. Continuo a scrivere.
Dallo scrittorio si vede la foresta. La luce che lo bagna sembra aver trascorso duecento anni intatta. Dalla torre, i tramonti sono spettacolari. Ogni volta che cammino verso là, mi sento come un hobbit nella Contea. Io e Teju scherziamo per sostenere tanta bellezza.
Beatrice è elegante. Eleganza ontologica, niente perle né buone maniere. Mi piacciono i suoi occhi.
Leggo Say Her Name di Francisco Goldman. Piango. Sono qui perché Aura ha preso quell’onda. Sono qui perché Frank ha trovato sua moglie dietro un albero a Brooklyn. La vita è strana. Un grande malinteso. Un’onda.
Nelle mie piccole passeggiate sento ancora e ancora il Poema de los dones.
Tocco il mio ventre. Sento il bambino che si muove dentro di me. Ha smesso di essere un’idea.
I pasti sono super salutari, un’altra cosa per la quale ringraziare Beatrice.
La temperatura bassa. La nebbia è un fantasma che bussa alla mia porta tutte le mattine.
Piove e Giulietta è bagnata. Io vorrei abbracciarla, mi spezza il cuore vederla dalla mia camera. Vuole entrare ma la sua paura è troppo grande. Siamo tutti come lei.
Salutiamo Teju. Io e Edgardo improvvisiamo un ballo.
Sono l’ultima ad andarsene.
La Baronessa ordina di mettere i vetri sulla loggia. L’inverno è cominciato.
Volo a New York e penso che quando tornerà, Beatrice ritroverà la Primavera.
Voglio dirle un’altra volta grazie.